Trento – Richiedenti asilo fuori accoglienza: il punto della situazione

Un report di Antenne Migranti: tra prassi discriminatorie e carenza di risposte istituzionali

Da gennaio di quest’anno il gruppo di Trento di Antenne Migranti ha contatti costanti con richiedenti asilo arrivati in Italia via terra. La maggior parte sono uomini di origine pakistana, ma si registra anche la presenza di piccoli gruppi di uomini di nazionalità bangladese e afghana. Le loro storie sono molto diverse: alcuni hanno vissuto qualche anno in Germania facendo lì richiesta d’asilo, altri arrivano dal nord Europa, in particolare dalla Svezia e Norvegia; altri ancora sono transitati dai Balcani e dall’Austria o da altri paesi europei senza fare richiesta di protezione internazionale. Ogni storia è unica ed ha alle spalle il suo percorso migratorio. Le scelte su quale direzione intraprendere sono spesso dettate da opportunità di permanenza regolare, di protezione e dall’esigenza di trovare risposte ai propri bisogni di migliorare le condizioni di vita, di farsi curare, trovare una nuova comunità di cui far parte, sentirsi bene.
Non sta a noi capire come mai sono arrivate a Trento. In questo momento della loro vita le persone sono qui. Incontrandoli e chiacchierando con loro abbiamo riscontrato alcune problematicità che a distanza di mesi non si sono risolte, soprattutto riferite alla carenza di servizi base (in particolare alloggio), e in generale ad alcune prassi della Questura e del Commissariato del Governo che non hanno alcun fondamento giuridico.

Abbiamo deciso di ricostruire cronologicamente quanto successo in questi mesi:

Durante il periodo invernale, nei mesi di gennaio – febbraio, incontriamo varie decine di persone arrivate recentemente sul nostro territorio che trascorrono molte notti all’addiaccio, in alcuni casi fino a quattro settimane, prima di riuscire a entrare nei dormitori dell’emergenza freddo; queste si aggiungono alle decine di senza tetto che regolarmente non trovano posto nei dormitori, in numero insufficiente anche durante l’inverno.
Fino a fine gennaio vengono allestiti circa 20 posti letto nei container nel cortile della residenza Fersina [1] in via Al Desert, utili, fra l’altro, a dimostrare un domicilio (la dichiarazione di ospitalità sulla quale ci soffermeremo in seguito) per formalizzare la richiesta di asilo.
A fine gennaio questi posti chiudono, lasciando fuori almeno 5 persone che hanno appuntamento in questura nei giorni seguenti; sul giornale on line “il Dolomiti” viene riportato il caso di tre ragazzi nigeriani rimasti fuori dal sistema di accoglienza [2].

Fra le persone con cui siamo in contatto (una trentina fra pakistani, bangladesi e afghani), di quelle arrivate in città fra dicembre 2017 e gennaio 2018, a nessuna viene consentito di entrare in progetto fino a giugno 2018.
Sono queste persone a mostrarci le foto di dove dormono e a raccontarci il contesto molto difficile, dovuto alle temperature rigide, alle condizioni igieniche precarie e a una costante sensazione di dover nascondersi. Nei mesi di febbraio e giugno conosciamo due persone che sono affette da scabbia e che non riescono a curarsi per la condizione di senza dimora che non permette loro di fare in modo adeguato il trattamento previsto.

Da gennaio a luglio, un giovane richiedente asilo con calcoli ai reni è senza alloggio, nonostante le visite di medici e i documenti che ne attestano la condizione di salute. È costretto a vivere sotto un ponte anche nei periodi più dolorosi della malattia. Entra in progetto presso la Residenza Fersina solo in luglio.

A inizio luglio una decina delle persone che conosciamo vengono chiamate per entrare in progetto sempre presso la Residenza Fersina: sono tutte persone arrivate fra dicembre e gennaio. Altre quattro persone con cui siamo in contatto entrano in struttura di accoglienza in agosto; sono persone arrivate da pochi mesi, mentre altre arrivate a fine gennaio rimangono in strada . Ci stupisce che in questo caso non sia stato rispettato il criterio di priorità per data di arrivo sul territorio: quando abbiamo provato a chiedere spiegazioni, ci è stato risposto che la decisione spetta al Commissariato, senza chiarire oltre quale possa essere il criterio adottato.

In maggio una volontaria di Antenne Migranti accompagna al Cinformi due persone pakistane arrivate in dicembre a chiedere quando potranno entrare in progetto; le viene risposto che sono in lista d’attesa, così come altre circa 50 persone arrivate da gennaio. Come in altre situazioni riportate da alcuni richiedenti asilo, viene spiegato che il Commissariato del Governo non permette di fare entrare, in tempi brevi, nei progetti di accoglienza chi arriva via terra. In un paio di occasioni ci è stato detto che la Provincia avrebbe avuto incontri con il Commissariato per chiarire la situazione. .

Per via della chiusura dei dormitori e delle regole ferree sui giorni di permanenza (30 per chi non ha residenza in città – ad eccezione della la cosiddetta “emergenza freddo”, durante la quale i giorni sono 60), in luglio si verificano due gravi episodi contro le persone che dormono al parco S.Chiara; episodi che portano alla stesura del comunicato del 26 luglio [3]. In sintesi, Dolomiti Ambiente coadiuvata dalla polizia municipale su ordine del Comune di Trento getta nell’immondizia coperte e oggetti personali, e vengono comminate quattro multe per bivacco. In seguito, l’Assessore comunale si impegnerà a revocare le multe, ma il fatto rimane nella memoria delle persone che stanno al parco come chiaro segno di esclusione.

Il grande macigno illegittimo: la richiesta del domicilio da parte della Questura per accedere alla richiesta di protezione internazionale o rinnovare il permesso di soggiorno

Secondo quanto ci riportano le persone che incontriamo, la questura, su indicazione del Commissariato del Governo, richiede costantemente una dichiarazione di ospitalità (detta domicilio) per la formalizzazione della richiesta di protezione internazionale (il cosiddetto modulo C3); questa prassi ci viene confermata in più occasioni dall’area legale del Cinformi. La stessa dichiarazione viene richiesta dal Cinformi per fissare l’appuntamento in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno per richiesta d’asilo.
Pur non avendo nessun fondamento giuridico, come specificato da numerose sentenze dei tribunali [4], la questura tramite l’intermediazione burocratica del Cinformi, non concede l’appuntamento. Per aggirare questo ostacolo le persone ricorrono al domicilio rilasciato dai dormitori. Il Cinformi richiede, infatti, l’appuntamento in Questura quando è verificato che le persone abbiano un domicilio.
La “questione domicilio” si rende particolarmente evidente da aprile, quando le persone giunte via terra si recano al Cinformi per richiedere l’appuntamento per il rinnovo del permesso. Questo gruppo è presente sul territorio già da quattro mesi, e avendo esaurito il tempo in dormitorio e non essendo entrati in struttura d’accoglienza, non è in possesso di un domicilio.

La conferma è immediata: quando in giugno accompagniamo due giovani pakistani a chiedere appuntamento, l’area legale del Cinformi riferisce che c’è un accordo con la Questura per cui loro non rilasciano appuntamenti per il rinnovo del permesso a chi non porta con sé una dichiarazione di ospitalità; chiediamo che sia messo per iscritto, ma senza risultato. Torniamo a insistere a inizio luglio, ottenendo solo la conferma della prassi arbitraria.

Decidiamo di chiedere supporto ad alcuni avvocati. Su loro consiglio i richiedenti asilo si presenteranno al Cinformi con una lettera di messa in mora ex art. 328 c.p. [5].

In luglio accompagniamo al Cinformi un giovane arrivato via terra in gennaio; gli viene ripetuto nuovamente, in presenza della volontaria di Antenne Migranti, che senza domicilio non gli può essere dato l’appuntamento. Stessa situazione si presenta in agosto con un altro giovane richiedente asilo, il cui permesso scadrà a breve.
Entrambi, consapevoli della violazione di cui sono oggetto, si sono diretti a chi dovrebbe offrire loro accoglienza, indirizzando una lettera di messa in mora ex art 328 c.p. a Commissariato e Questura, e per conoscenza al Cinformi.

Nel frattempo, più di una volta persone diverse ci riferiscono che al parco c’è chi chiede dai 50 ai 250 euro per dare una dichiarazione di ospitalità fasulla: ancora una volta la rigidità del sistema che non rispetta le proprie regole spiana la strada all’aumento di pratiche illegali e di relazioni economiche informali.

Per evitare l’ulteriore calvario a chi vuole formalizzare la domanda di protezione internazionale, ma non lo può fare per mancanza di domicilio, un gruppo di volontari decide di sostenere le spese per un posto letto da destinare a una decina di persone pakistane per far avere loro un tetto e quindi una dichiarazione di ospitalità da presentare in Questura. I tempi di attesa per il primo appuntamento in questura sono al momento di oltre quattro mesi: a chi è arrivato in queste ultime settimane, viene dato appuntamento dopo la metà di gennaio 2019.

Nonostante dal Cinformi ci abbiano detto in più occasioni che si tratta di poche persone rimaste temporaneamente fuori accoglienza, conosciamo direttamente almeno 45 persone (principalmente pakistane) che oggi vivono in strada in attesa di formalizzare la domanda d’asilo o di entrare in struttura di accoglienza. Se sommiamo a questo gruppo quanto osserviamo al parco e quanto ci dicono operatori di altre strutture per senza dimora, contiamo oggi (almeno) una ottantina di richiedenti asilo senza dimora nella città di Trento.

Sappiamo che anche altre reti si sono mosse, chiedendo in più occasioni al Cinformi, alla Provincia e al Comune che sia fatta chiarezza su questa situazione; ci dispiace sapere che non è stata data una risposta pubblica, e soprattutto che non sono ancora state prese decisioni efficaci per ristabilire un trattamento dignitoso per chi arriva a chiedere asilo sul nostro territorio.

Antenne Migranti – Trento

Note

[1] La residenza Fersina è un Centro d’Accoglienza Straordinaria con 250 posti letto http://www.cinformi.it/index.php/it/news_ed_eventi/archivio_news/anno_2015/focus_accoglienza_profughi_in_trentino/%28offset%29/0/%28limit%29/5/%28sb%29/312

[2] Vedi articolo completo: http://www.ildolomiti.it/cronaca/2018/dormono-sotto-un-ponte-vorrebbero-fare-richiesta-di-asilo-ma-non-possono-la-storia-di

[3] Comunicato completo https://www.meltingpot.org/Trento-Non-sono-le-azioni-repressive-che-risolveranno-il.html

[4] Si veda: Ordinanza del Tribunale di Milano del 27 luglio 2018 https://www.meltingpot.org/Diritto-di-asilo-senza-ospitalita.html oppure T.A.R. per il FVG, sentenza n. 184 dell’1 giugno 2018 e Tribunale di Trieste, ordinanza del 22 giugno 2018 https://www.meltingpot.org/Accesso-alla-procedura-di-riconoscimento-della-protezione.html

[5] L’art. 328 c.p. reca «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino € 1.032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine decorre dalla ricezione della richiesta stessa» (Cfr. Cass., Sez. VI penale – sentenza 2 aprile 2009, n. 14466 secondo cui per la configurabilità del reato di cui all’art.328. c.p. resta ingiustificato il silenzio omissivo del pubblico ufficiale con la conseguenza che, decorso il termine di trenta giorni dalla richiesta di chi ha interesse cui non segua il compimento di un atto d’ufficio da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato del pubblico servizio, ovvero non si espongano le ragioni del ritardo, il reato si intende perfezionato).