Protesta dei richiedenti asilo a Trento: un esercizio di democrazia

Antenne Migranti interviene rispetto alla protesta (e non rivolta come erroneamente riportato da gran parte della stampa locale e nazionale) dei richiedenti asilo che si è svolta ieri a Trento presso il centro d’accoglienza di via al Desert, denominato “Residenza Fersina”. Nella struttura, attualmente, vivono circa 300 persone quando la capienza massima dovrebbe essere di 250 richiedenti asilo (ulteriori info).
Ogni tanto confliggere è sano, permette di “sedersi in cerchio” e provare a confrontarsi. Questo è quello che, a nostro avviso, è successo ieri: un’assemblea partecipata, non un sequestro od una violazione“.

Ogniqualvolta le persone richiedenti asilo tentano di entrare in comunicazione con il sistema che gestisce o determina, sotto vari punti di vista, gran parte della loro vita presente, si scatena nel panorama mediatico in senso lato, dai commenti sui social media alle dichiarazioni ufficiali, un sentimento di panico nel solco di discorsi quali “diamo a loro tutto e pretendono pure di più”. Avendo presenziato parte dell’incontro avvenuto a Trento tra i richiedenti asilo in protesta alla residenza Fersina e figure autorevoli del sistema di accoglienza trentino, ci sentiamo in dovere di fare alcune considerazioni che possano andare un po’ oltre le banalizzazioni quotidiane.

La giornata di ieri ci è sembrata un’occasione di confronto e di dibattito anche serena. Tra un sistema di accoglienza, quello trentino, che, seppur con molti difetti e contraddizioni, di cui sarebbe giusto iniziare a parlare, porta avanti da tempo un grande sforzo per generare un’accoglienza che sia utile a tutti, migranti e cittadini italiani. Ed un gruppo di persone che vivono una situazione di privazione della loro dignità.

Prima di tutto: non corrisponde ai fatti scrivere, come riportato su un sito locale di dis-informazione, che la Questura ha dovuto sfondare i cancelli della struttura. Non appena la Questura ed i rappresentanti della Provincia si sono presentati ai cancelli, gli ospiti li hanno fatti entrare. Questa modalità di agire, diciamolo, è l’unico modo che i richiedenti asilo hanno di richiamare l’attenzione e potere incontrare i massimi responsabili dell’accoglienza. Attirando l’attenzione con una protesta. Non avrebbe più senso pensare che, ogni tanto, siano le stesse autorità a presentarsi nelle grandi strutture a verificare la situazione, dialogare con le persone, spiegare le difficoltà dell’accoglienza, senza lasciare soli gli operatori e senza aspettare le proteste?

Secondo, la protesta di ieri è nata innanzitutto come richiesta di rispetto della legge e per poter lasciare più velocemente le strutture pagate “con i soldi degli italiani”. La legge prevede che l’esame della domanda di asilo si svolga in termini ragionevoli, che nei migliori dei casi dovrebbe limitarsi a 36 giorni, mentre nella realtà le persone attendono anche due anni prima di avere una risposta dalla Commissione Territoriale competente, ingolfando così il sistema d’accoglienza. E’ assolutamente vero che la Provincia Autonoma di Trento non ha alcuna responsabilità in questi ritardi, ma bisogna interrogarsi su quanto sia giusto accettare questa inefficienza del sistema come fosse una “calamità naturale”?
Ad esempio, i tempi d’attesa per la domanda di protezione internazionale in questura (il cosiddetto Mod. C3) dovrebbero essere da normativa di un massimo di 10 giorni. Perché a Trento la questura fa attendere per questa fase “preliminare” anche più di 3 mesi? Un anno fa, a maggio, ci fu una protesta analoga: i tempi di attesa si sono dimezzati, ma rimangono ancora troppo lunghi.

Terzo. Chiunque abbia avuto a che fare con il mondo dell’accoglienza prova un certo fastidio quando si viene accusati di fornire cibo di scarsa qualità. Ma bisogna considerare il valore fattuale e simbolico del cibo per le persone dentro ad un sistema di accoglienza. Mangiare per un anno sempre gli stessi cibi, sempre aspettando in coda, e senza mai potere cucinare da soli ed avere in tal senso un minimo margine di autonomia nella propria vita, tutto questo, sul lungo periodo, diventa fonte di stress. Nonostante la consapevolezza di questo problema da parte dei responsabili e l’impegno nel cercare di garantire il prima possibile alle persone la possibilità di cucinare in autonomia, è importante che via sia anche la disponibilità a non passare subito a giudicare come inaccettabile ogni forma di protesta.

Ogni tanto confliggere è sano, permette di “sedersi in cerchio” e provare a confrontarsi. Questo è quello che, a nostro avviso, è successo ieri: un’assemblea partecipata, non un sequestro od una violazione. Ci piacerebbe vivere più momenti di questo tipo, e non solo nel sistema d’accoglienza per i richiedenti asilo.

Antenne Migranti – Monitoraggio lungo la rotta del Brennero
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